Renzi a San Francisco

Scrivo le mie note esattamente una settimana dopo aver partecipato ad un evento con Matteo Renzi a San Francisco. Le testate giornalistiche nazionali hanno dato ampia copertura all'evento e siccome è passata una settimana, il mio scritto dovrebbe passare completamente inosservato e rimanere un ricordo del mio punto di vista un po' scorbutico.

L'evento era un incontro del Presidente del Consiglio con la comunità di imprenditori Italiani in Silicon Valley, qui comunemente noti come "startuppari".

Sono stato invitato anche se probabilmente sarei da considerare un uomo del regime siccome lavoro per una grande azienda. Non ero l'unico in sala a lavorare per un colosso della tecnologia: la comunità degli Italiani è piccola e la maggior parte dei non-giovani lavora in una grande azienda o può vantare un passato in una grande azienda.

All'inizio dell'incontro, Renzi ha annunciato che non ci avrebbe chiesto di tornare in Italia come fanno tutti ma al contrario di andare avanti. Poi, con mia sorpresa, ha annunciato che era li per ascoltare i presenti e raccogliere idee.

A seguire, una sequela di imprenditori e aspiranti tali sono intervenuti per dire cosa manca all'Italia e cosa ha in più l'America. Spero nessuno me ne voglia per quello che sto per scrivere, ma mi è sembrata una parata di giullari. Si andava dall'autocelebrazione spudorata, al chiedere fondi allo stato per il proprio progetto, al forzare l'idea che qui ci si dia tutti del tu (la differenza linguistica è nota. Ciò detto, a mio parere è ingenuo implicare che essa abbatta le barriere sociali o gerarchiche).

Cito solo 3 interventi che mi sono piaciuti perché non erano né un'autocelebrazione né un'elemosina:

  • Vittorio che ha confrontato rapidamente quanto sia più facile incorporare e gestire gli aspetti fiscali di un'azienda in California;
  • Matteo con un paio di osservazioni su chi viene dall'Italia;
  • Un ragazzo tarantino di cui non ricordo il nome che ha concluso dicendo che l'America è ovunque per chi ha voglia di lavorare.


Finiti gli interventi, Renzi ha fatto un discorso per trarre le fila e ha detto qualcosa che mi è piaciuto un sacco: le decine di persone che erano intervenute si erano dimenticate di citare le storie di fallimento.

Vado ad affermare l'ovvio, ma il fallimento è essenziale per creare innovazione. Non tute le idee sono buone. Alcune sono buone ma la tecnologia o il mercato non sono pronti. Altre falliscono perché il team e l'esecuzione non hanno funzionato e così via.

Ci voleva il Primo Ministro a ricordare alla sala che tanti dei presenti hanno dovuto soffrire qualche fallimento in diversi ruoli prima di trovare il successo e che altri hanno semplicemente avuto tanto culo anche se pensano di essere dei geni.

Mai scordarsi dei momenti difficili, dell'importanza del lavoro duro, e del fatto che, anche se è vero che ognuno un po' si fa la propria, la fortuna gioca comunque un ruolo enorme.

A seguire, breve discorso del sindaco di San Francisco che ci ha ricordato che George Moscone (ex sindaco famoso) e Joe Di Maggio (campione di baseball degli anni '30-'40) erano di origine Italiana.

Poi scambio di chiavi di città, calca per fare una selfie con Renzi, foto di gruppo con vista Golden Gate Bridge in una splendida giornata di sole, e tutti a casa.

Sapendo, avrei preferito assistere all'evento successivo, in cui Renzi ha inaugurato la nuova sede de La Scuola, una scuola full-immersion Italiana a San Francisco. Mi sembra di capire che l'evento sia stato molto più raccolto e personale. Magari sarà per la prossima volta.




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